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I costi della politica che incidono sui bilanci familiari dei Cittadini sono anche quelli dei Servizi erogati da Società a capitale interamente o a maggioranza pubblica come quello idrico, dello smaltimento dei rifiuti, ecc., create dagli stessi Enti pubblici con proprio capitale (Comuni per fare un esempio) nelle varie forme societarie come Società a Responsabilità Limitata (S.r.l.) o per Azioni (S.p.a.). Servizi spacciati come “a gestione pubblica” da parte di società che per loro natura sono a scopo di lucro e operano nel mercato come tutte le altre a capitale privato. Ma credo che queste Società siano utili ai soli partiti che nominano di fatto i componenti dei Consigli di Amministrazione, perché il loro operato non è vincolato al rispetto delle normative per i servizi erogati direttamente da Enti pubblici come i Comuni e le Regioni come avveniva in passato con una gestione diretta, sottraendolo al vaglio (controllo) del Consiglio comunale, o regionale. Per fare un esempio, queste Società che gestiscono i servizi per conto dell’Ente pubblico, anche se sono costituite con capitale a maggioranza pubblica di proprietà degli stessi Comuni o Regioni, possono assumere personale, affidare consulenze, fare investimenti operando liberamente come tutte le società private. I servizi gestiti da queste Società sono poi affidati nella sostanza in regime di monopolio (in House) senza alcuna concorrenza del mercato. Da questo stato di cose ne deriva che possono applicare tariffe per i servizi erogati conseguenti alle proprie autonome scelte societarie (numero di personale assunto, investimenti fatti, ecc.) e non dipendenti dalla libera concorrenza di mercato a discapito dei Cittadini (utenti) che pagano questi servizi. Viene da dire: non prendiamo in giro spacciando come servizio gestito dal pubblico quello che nei fatti non lo è!!
Molti storici da qualche decennio stanno riscrivendo il nostro risorgimento mettendone in luce una verità dei fatti ben diversa da quella che ci è stata narrata per più di un secolo e mezzo (Cfr. in questo sito le pubblicazioni segnalate nella sezione “Pubblicazioni – Segnalazione pubblicazioni”, voce “Storia”).
L’entrata di Garibaldi nella Città di Palermo il 27 maggio 1860 è raccontata dalla storiografia ufficiale del risorgimento italiano, come trionfale tra la folla festate, ma questa versione potremo definirla una Fake News, in quanto fu di fatto una farsa (Cfr. ad esempio, G. Scianò, “E nel mese di maggio 1860 la Sicilia diventò colonia”, Pitti Ed.).
Le strade e le piazze della Città, contrariamente a quanto ci è stato raccontato, erano vuote. Migliaia di Cittadini, avuta la notizia che i garibaldini da lì’ a poco sarebbero entrati in Città, terrorizzati erano fuggiti con ogni mezzo (navi e a piedi) e quelli rimasti erano barricati nelle loro case. Gran parte della nobiltà e del ceto borghese benestante erano fuggiti in campagna o avevano pagato a caro presso un posto sulle navi pronte a partire, o avevano ottenuto un posto nelle navi inglesi in rada davanti al porto di Palermo.
Altrettanti (soprattutto del ceto medio-alto) si erano imbarcati su barche che stazionarono dietro le navi inglesi, o erano partite per ormeggiarsi in porti nelle vicinanze della Città, mentre i più poveri (tanti) fuggirono a piedi.
Con i garibaldini che “presero” la Città c’erano circa quattromila “picciotti” appartenenti alla mafia e mercenari stranieri capeggiati dal colonnello Eber della Legione Ungherese che ebbe un ruolo importantissimo, se non decisivo, nella conquista di Palermo e delle Sicilia. In quei giorni a Palermo regnava il caos, e il terrore e la Città fu oggetto di saccheggi e molt
Cercherò in estrema sintesi di limitarmi a mettere in evidenza una questione o un problema se così si può dire, sottaciuto o se vogliamo più o meno volutamente ignorato, diretta conseguenza della nostra storia risorgimentale. Il Risorgimento italiano è oggi da molti studiosi rivisitato (e se volgiamo reinterpretato) mettendo in luce una realtà storica molto distante da quella che ci è stata da sempre propinata (cfr. ad esempio Matteucci B., L’invenzione dell’Italia Unita 1855-1864, edito da Sansoni Ed.). A tal proposito tengo a precisare che a mio parere questa reinterpretazione storica del nostro Risorgimento, non dà adito ad invenzioni come la “Padania”, proposta da chi presumibilmente vorrebbe impropriamente richiamarsi all’epoca dei “Comuni”.
Presso questo, ricordo che in Italia si sono istituite quattro regioni autonome (Valle D’Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia) e addirittura due Province autonome (Trento e Trieste) le cui motivazioni storiche potrebbero oggi anche ritenersi superate. Questo stato di fatto però ha creato e crea una disparità di “trattamento” dello Stato verso i Cittadini di uno steso Paese (si
Chi erano questi ragazzi che caduto il Fascismo furono dimenticati? Erano 2204 ragazzi tra i 18 e i 19 anni che si arruolarono volontari nel Regio Esercito Italiano nel 1940 rispondendo all’appello della Gioventù Italiana Littorio. Un reparto di giovani che gli stessi inglesi che li affrontarono in battaglia definirono: “il più bel reparto avversario in Africa” soprannominandolo i “Mussolini Boys”
Dopo un periodo di addestramento nel 1941 sbarcarono a Tripoli e qui furono anche un po' derisi dagli altri reparti italiani per la loro presunta inesperienza. Dopo alterne direttive del Ministero della Guerra, presero il nome di BB.FF. (Battaglione Giovani Fascisti) e furono destinati ad occupare i presidi di Homs e Misurata.
I BB.FF. furono suddivisi in due gruppi, il primo al comando del maresciallo Balisto e il secondo al comando del maresciallo Benetti.
Quasi nello stesso periodo fu inviata in Africa occidentale la Deutiche Afrika Korp con al comando il Feldmaresciallo Rommel per dar man forte all’esercito italiano in difficoltà. Il 21 novembre 1941 i ragazzi del BB.FF furono inviati a difendere la zona di Bir el Gobi. Avevano di fronte soverchiati forze inglesi equipaggiati con artiglieria pesante e mezzi corrazzati. Nei primissimi giorni di dicembre del 1941 gli inglesi iniziarono l’attacco preceduto da un pesante fuoco dell’artiglieria a cui seguirono ben sette tentativi del XXX Corpo britannico di prendere la zona di Bir el Gobbi, ma furono tutti respinti dal ragazzi del BB.FF. Malgrado la resistenza italiana, la zona fu interamente circondata dalle truppe inglesi anche se i ragazzi del BB.FF. continuarono a resistere e a mantenere la loro posizione e inflissero agli inglesi pesantissime perdite. L’assedio degli inglesi terminò quando arrivò in loro aiuto la Panzer Divisionen e la Divisione Ariete riuscendo così a respingere definitivamente gli inglesi. Dopo questa prova di valore i ragazzi del BB.FF. ripiegarono con le altre forze italo tedesche e furono incorporati nella divisione Sabratha
Le perdite inflitte agli inglesi dai ragazzi del BB,FF. a Bir el Gobi, oltre al materiale bellico distrutto, furono di 300 morti, 200 feriti e 70 prigionieri, contro 54 morti, 117 ferito e 31 dispersi tra le file del BB.FF.
Questi ragazzi continuarono a partecipare ad altre azioni belliche nella Campagna d’Africa contando complessivamente 1338 caduti in combattimento.
Alcuni riferimenti bibliografici: Mugnone G., “I ragazzi di Bir el Gobi”, Ed. La Lucciola; Candia F., “Pagine di gloria. I giovani fascisti a Bir el-Gobi”, Ed Greco E Greco, collana Nargre.
La Moka “macchinetta” per il caffè così originariamente chiamata dell’inventore Adolfo Bialetti e prodotta in più di 100 milioni di esemplari, rappresenta un simbolo unanimemente riconosciuto del design italiano tale da far parte delle collezioni permanenti del Triennale Design Museum di Milano e del Museum of Modern Art (MoMA) di New York.
Alfonso Bialetti, l’inventore della Moka (o Moca), fino al 1918 era immigrato in Francia dove lavorava come fonditore in una fabbrica di alluminio. Nel 1919 apre un’officina di semi lavorati in alluminio e successivamente fonda l’azienda Alfonso Bialetti & C. Fonderia in Conchiglia. Grazie a questa sua esperienza lavorativa (dell’alluminio) poté ideare e realizzare la sua invenzione che brevettò nel 1933 (brevetto n. 425231 del 27.09.1933).
Il nome Moka probabilmente deriva dal nome della città Mokha nello Yemen, all’epoca un importante centro di produzione ed esportazione del caffè.
L’azienda di Alfonso Bialetti iniziò la produzione della Moka, era di tipo artigianale con una produzione relativamente limitata di pezzi. Solo dagli anni ’50 ad opera del figlio Renato, ottimo imprenditore, si sviluppò come una vera e propria industria, grazie anche agli investimenti fatti in pubblicità (ad esempio dal 1958 in Tv con Carosello) e il depositando il noto