Si incentiva la rottamazione delle cosiddette “vecchie” autovetture e si concedono facilitazioni per l’acquisto di auto e bici elettriche. Queste scelte hanno come assunto che eliminando le “vecchie” auto e favorendo l’acquisto di mezzi di locomozione elettrica, a discapito di quelli che utilizzano motori a combustione interna (benzina o gasolio), si dà un contributo alla riduzione dell’emissione di gas inquinanti nell’atmosfera.

E’ così?

Leggendo qua e là tra diverse pubblicazioni che fanno un’analisi dei consumi di energia basati sulla “sul ciclo di vita” degli automezzi (LCA), si legge che per produrre una nuova auto tradizionale occorrerebbero circa 15.000 Kwh, mentre  per produrre un’auto elettrica si ritrovano valori superiori anche se non in perfetta sintonia con un minimo di 25.000 Kwh ad un massimo di 40.000 Kwh, probabilmente in relazione alla quantità di batterie  (accumulatori di elettricità) presi in considerazione, con seguente immissione nell’atmosfera di circa 40 tonnellate di anidride carbonica  di cui 15-21 tonnellate solo per produrre le batterie.

Una politica di marketing che si traveste di ecologia per rinnovare e rilanciare la domanda di auto?

Si incentiva una domanda di auto per le famiglie o persone con reddito medio o medio basso?

Non di certo!

Infatti, volendo parlare solo del costo delle batterie che mediamente hanno una durata stimata tra i 7 e gli 8 anni (in cui si presume che si percorrano circa 160.000- 200.000 Km), hanno per le auto piccole (tipo Smart) con una capacità di stoccaggio di circa 16Kwh un costo di circa  9-10.000 Euro che diventano circa 40.000 Euro per le auto più grandi come ad esempio per alcuni modelli della Mercedes.

Le batterie hanno lo stesso rendimento e capacità di ricarica per il periodo stimato della loro vita utile e per il kilometraggio presunto in questo arco di tempo?

Acquistata l’auto elettrica ed esaurite, diciamo così le batterie, come potrà essere rivenduta? Dovrò gioco forza rottamarla?

E’ poi da tener presente che ad oggi le batterie per stoccare l’energia elettrica nelle auto non sono riciclabili e utilizzano materiali, come il litio, disponibili in quantità limitate solo in alcune arre geografiche del pianeta (vedi post precedente sull’argomento in questo steso Blog).

 

      

  

Nel 1927 l’Unione Radiofonica Italiana fu trasformata in Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (EIAR società anonima trasformata nel 1942 in S.p.a.) che nel 1934 iniziò a trasmettere ad onde core (che permettevano la ricezione a grande distanza a differenza di quelle ad onde medie). Ad esempio ad Ancona il servizio fu attivato il 15 luglio 1938.

L’EIAR iniziò anche la sperimentazione delle trasmissioni televisive (chiamate all’epoca “radiovisioni”) nel 1937 a Torino e nel 1939 fu installato il primo trasmettitore TV e fu trasmesso un programma sulle invenzioni di Leonardo, ma nel 1940 a causa della guerra la sperimentazione fu interrotta. Nel 1944 l’EIAR fu sostituita dalla RAI (Radio Audizioni Italia e nel 1954 cambiò denominazione in RAI- Radiotelevisione Italiana). Dal 1952 al 1975 la maggioranza assoluta della RAI era detenuta dall’IRI e dal 1993 la RAI è una S.p.a. di interesse nazionale con un consiglio di Amministrazione composto da cinque membri nominati d’intesa con i presidenti di Camera e Senato.

Con il RD 246/1938 è introdotta la tassa sul possesso di “apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni”. In sintesi, il cosiddetto “canone RAI” che altro non è che la tassa sul possesso di televisori e apparecchi radio.

A tal proposito, ad esempio, le sentenze della Corte Costituzionale n. 284 del 26 giugno 2002 e la n. 24010 del 26 novembre 2007  hanno chiarito che il “canone televisivo”  non trova ragione nell’esistenza di un rapporto contrattuale che leghi il Contribuente con la RAI (che ha invece un rapporto contrattuale esclusivo con lo Stato), essendo un’imposta legata ESCLUSIVAMENTE al possesso di un apparecchio atto, o adibito alla ricezione di programmi televisivi o radiofonici (“radioaudizioni” recita il RD 246/1938).

Il che, a mio parere, sta a significare che gli spot pubblicitari che riguardano il pagamento di detto tributo è una PUBBLICITA’ INGANNEVOLE, lasciando fraintendere  che esso è relativo al pagamento del  “canone RAI”, ovvero del servizio offerto dalla RAI,  confondendo  il Contribuente sulla natura di detta imposta che ha indotto non pochi “mal capitati” a intentare, soccombendo, cause legali per non pagare il “canone RAI” perché non ne ricevono il segnale.

 

Il famoso film di Francesco Rosi del 1963 “Mani sulla Città” è incentrato sulla cosiddetta “speculazione edilizia selvaggia” messa in atto dall’amministrazione comunale di Napoli a giuda dell’allora sindaco Achille Lauro.

Questo film però ALTERA la VERITA’ dei FATTI, per questo motivo anche riconoscendogli i meriti artistici a mio avviso è definibile una “brutta pellicola” di cui c’è poco da vantarsi.

Innanzi tutto perché la responsabilità della speculazione edilizia una vera cementificazione selvaggia fatta in quegli anni (1961-’62) e di cui parla il film, NON fu opera dell’amministrazione comunale a giuda del Sindaco Achille Lauro, ma dei Commissari Straordinari nominati da Roma dopo la caduta dell’amministrazione del Sindaco Lauro provocata dal passaggio di molti consiglieri della maggioranza che appoggiavano il Sindaco alla DC che era all’opposizione (si racconta che nominati i Commissari Straordinari in una sola notte il Comune di Napoli rilasciò centinaia di licenze edilizie).

In secondo luogo, il Film di Rosi “assolve” la DC non attribuendogli la responsabilità della nomina dei Commissari Straordinari e non per ultimo attribuendo all’opposizione del PCI un ruolo di difensore dell’ambiente, quando in vece questo partito ebbe un ruolo marginale, che definirei irrilevante, rispetto alla tematica ambientale connessa con la “cementificazione selvaggia” della Città di Napoli.

Nello stesso periodo alcuni giornali coniarono il termine “rapallizzare” denunciando un’altra “cementificazione selvaggia” ad opera dell’amministrazione del Comune ligure di Rapallo (lo scrittore Italo Calvino scrisse su questo). Il Sindaco (DC) di Rapallo riuscì a far togliere dalla stampa questo termine e a mettere a tacere l’operato della sua amministrazione dando  modo alla stampa e alla politica nazionale di iniziare un attacco a tutto campo contro il Sindaco di Napoli Achille Lauro.

Ma perché alla fine degli anni ’50 si cominciò ad attaccare Achille Lauro con l’obiettivo di eliminarlo dalla scena politica?

Achille Lauro era un armatore (costruì la sua flotta agli inizi degli anni ’30 con soluzioni anche innovative per quel periodo), amico di Mussolini, dopo la guerra aderì al Partito Monarchico e scese attivamente in politica ricoprendo la carica di Sindaco di Napoli e di deputato, era proprietario di alcuni giornali e della squadra di calcio Napoli e per un breve periodo fu anche produttore cinematografico.

Ebbe un consenso popolare che non ha avuto uguali nella storia di Napoli. Fu un accanito avversario della cosiddetta “Legge Truffa” che permetteva al partito di maggioranza (DC) di governare più “tranquillamente” e grazie anche al suo carisma e alla sua popolarità, nelle elezioni del 1953 portò il Partito Monarchico dal 2,5% circa delle precedenti elezioni, al 7,5% diventando l’ago della bilancia per la stabilità del Governo a guida DC che in quelle elezioni perse la maggioranza assoluta.

Fin quando il suo ruolo politico rimase circoscritto alla Città di Napoli non ebbe particolari problemi con Roma anche se fu in qualche modo isolato, ma quando alla fine degli anni ’50 sull’onda della sua popolarità crescente decise di scendere in capo per le regioni del meridione con l’obbiettivo di valorizzarle e renderle più protagoniste nello scenario politico nazionale, ottenendo con il Partito Monarchico un successo di rilievo in Sardegna, cominciò ad essere attaccato e il suo Comune fu attenzionato da Roma con l’invio di Commissari  per indagare su suoi eventuali illeciti. La svolta si ebbe quando nel 1958 Fanfani (DC) decise di guardare a sinistra abbandonando la destra. Da questo momento iniziò il declino politico di Achille Lauro.

In questo contesto, sommariamente descritto, si colloca la pellicola di Francesco Rosi regista molto vicino al Partito Socialista.

 

 

 

I DCPM sono decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri che sono configurabili come atti amministrativi e per loro natura, non essendo oggetto di approvazione parlamentare, sono di fatto norme di valenza secondaria. La Costituzione (art. 76 e 77) prevede in via del tutto eccezionale e per una validità del provvedimento limitata, l’utilizzo dei DPCM in presenza di particolari condizioni di eccezionale gravità come per il caso della pandemia da COVID-19. Ma i DPCM hanno carattere provvisorio e l’utilizzo fatto dal Governo è stato eccessivo. Per sua natura il DPCM è una norma troppo debole per limitare diritti inviolabili costituzionalmente garantiti come la libertà personale, il diritto di associazione, e di riunione, di circolazione, ecc. (art. 13, 17, 18, 19) e NON è quindi comprensibile perché NON si è fatto ricorso al Decreto Legge che deve esse convertito in Legge entro 60 giorni dal Parlamento, l’unico legittimato a varare norme che possono condizionale, nei limiti di costituzionalità,  la vita sociale di una nazione. L’uso massiccio, improvvisato, e inopportuno fatto dal Governo dei DPCM, oltre ad avere ripercussioni politiche  avendo  di fatto  esautorato il Parlamento dalle sue funzioni, vanno ad interferire un modo pesante troppo pesante,   sulle libertà personali  costituzionalmente inviolabili. Il fatto che ritengo stupefacente è che TACITAMENTE tutto questo si è e si sta consumando con il SILENZIO, a mio avviso, inspiegabile, di GIURISTI, ISTITUZIONI e Corte Costituzionale … e fa sorridere  il silenzio di “pesci varia natura”, o di chi in questi anni è sceso in piazza  tenendo in mano la costituzione come se fosse la “Sacra Bibbia” a dimostrazione che il loro attaccamento alla costituzione è meramente strumentale a fini politici di parte e non certo nell’interesse del Paese.

 

 

Credo che finita questa “quarantena” dovuta al Coronavirus, il problema sarà trovare le risorse finanziarie per garantire i servizi, sviluppo, stipendi, pensioni, ecc. .

L’Italia ha già un debito pubblico enorme pari a circa 2.400 miliardi di Euro al febbraio 2020, debito sempre in crescita negli anni malgrado i moti sacrifici imposti ai Cittadini (Legge Fornero, ecc.), basta ricordare che il rapporto PIL/ debito pubblico è salito dal 101,9% del 2005 al 138.8% nel 2019.

Anche se attualmente vi è disponibilità dell’Europa a superare i vincoli imposti per contenere il valore del rapporto PIL/Debito Pubblico è da mettere in conto che terminato questo periodo particolare, le stime ci dicono che il debito pubblico italiano salirà del 160%-170% con un calo del PIL del 10% (stima Confindustria). Per cui è da chiedersi: l’Italia come pagherà o meglio come garantirà i sui debiti? Come farà a rientrare all’interno di prestabiliti valori del rapporto PIL/ debito pubblico avendo come moneta l’Euro? Dove prenderà le risorse economiche per garantire i servizi e lo sviluppo del Paese? Chi ad oggi ci ha detto come si farà?

Questo credo è il nodo politico principale che segnerà il destino del nostro Paese. E’ una pia illusione immaginare interventi del tipo “Piano Marshall” (piano di aiuti stanziati dagli USA nel dopoguerra per la ricostruzione dell’Europa), perché finita questa pandemia, quale Paese o Istituzione mondiale o europea sarà in grado di sostenere economicamente interventi su grande scala che interesserebbero i molti Paesi in difficoltà?